Pietro Sterbini: una lettera dall'esilio, una madre a Roma e un Papa che cambia le carte in tavola
Marsiglia, 11 luglio 1846. Una lettera attraversa il Mediterraneo diretta a Roma. A scriverla è un patriota esiliato per le sue idee politiche, ignaro che, appena cinque giorni dopo, proprio il Papa avrebbe aperto la strada al suo ritorno in patria.
Una lettera che attraversa il mare e la storia
Quando questa lettera è entrata nella mia collezione, ciò che mi ha immediatamente incuriosito non è stato soltanto il suo aspetto: la grafia ottocentesca, i bolli postali e quella caratteristica carta ripiegata che, prima dell'introduzione delle buste moderne, serviva contemporaneamente da supporto per il messaggio e da involucro per la spedizione.
È stato soprattutto il nome del mittente ad attirare la mia attenzione: Pietro Sterbini.
A un primo sguardo, una normale lettera spedita da Marsiglia a Roma l'11 luglio 1846. Ma, approfondendo le ricerche, mi sono trovato davanti a un documento che collega la storia personale di una famiglia ad alcuni degli avvenimenti più importanti del Risorgimento italiano.
Sterbini, infatti, non era un personaggio qualunque. Medico, carbonaro, giornalista e futuro protagonista della Repubblica Romana del 1849, nel luglio 1846 viveva ancora in esilio a Marsiglia, lontano dalla famiglia e impossibilitato a rientrare liberamente nello Stato Pontificio. [1]
Leggendo le sue parole ho però scoperto qualcosa di diverso dal rivoluzionario raccontato nei libri di storia.
Niente barricate, proclami o discorsi infuocati. Almeno per il momento.
La lettera ci presenta un uomo preoccupato per la madre, desideroso di tornare a Roma, impegnato a cercare conoscenze influenti e, come vedremo, anche piuttosto bisognoso di denaro.
E il bello è che, mentre Sterbini tenta di risolvere i propri problemi attraverso raccomandazioni e qualche aiuto economico materno, la storia sta per offrirgli una soluzione decisamente inattesa.
Pietro Sterbini: un rivoluzionario di buona famiglia
Per comprendere meglio il documento, ho iniziato naturalmente dalle origini del suo autore.
Pietro Sterbini nacque a Sgurgola, nell'attuale provincia di Frosinone, il 25 gennaio 1793.
Era figlio del conte Cesare Sterbini, originario di Vico nel Lazio, e di Camilla Bianchi, appartenente a una famiglia di Sgurgola.
Pietro, battezzato con i nomi di Francesco Maria Pietro, era il primogenito di almeno sei figli. [1]
Una ricerca storica locale riporta inoltre che i genitori si erano sposati a Sgurgola l'8 aprile 1792, informazione che meriterebbe un confronto diretto con i registri parrocchiali originali. [3]
Non proveniva dunque da un ambiente popolare, bensì da una famiglia di condizione nobiliare, un particolare che rende ancora più interessante il suo successivo impegno contro il potere temporale pontificio.
Studiò presso il seminario vescovile di Veroli e successivamente a Roma, dove conseguì la laurea in Medicina e Chirurgia.
Esercitò la professione di medico, ma dimostrò presto interessi che andavano ben oltre la cura dei pazienti.
Letteratura, poesia, teatro e politica divennero parte integrante della sua vita.
Nel 1827 fece rappresentare la tragedia La Vestale, opera dalle implicazioni politiche liberali e anticlericali che incontrò l'opposizione della censura pontificia. [1]
Insomma, un medico che anziché limitarsi a prescrivere medicine preferiva, di tanto in tanto, somministrare qualche sonora critica al governo.
Carolina e i tre figli
Nel 1825 Sterbini aveva sposato Anna Moscardini, detta Carolina, originaria di Anagni.
Dal matrimonio nacquero tre figli: Icilio, Amalia ed Ersilia. [1]
Queste informazioni mi hanno aiutato a interpretare meglio il contenuto della lettera.
Quando Sterbini scrive alla madre del desiderio di tornare a Roma, non parla soltanto da esule politico: è anche un marito e un padre, lontano dagli affetti e preoccupato per gli interessi economici della famiglia.
Una dimensione privata che spesso scompare nelle biografie dei protagonisti del Risorgimento, dove trovano generalmente più spazio i complotti, le rivoluzioni e le battaglie politiche.
Ma anche i patrioti avevano una famiglia da mantenere e, come scopriremo, un affitto da pagare.
Dalla Carboneria all'esilio marsigliese
Proseguendo nella ricostruzione biografica, ho ripercorso gli avvenimenti che portarono Sterbini lontano da Roma.
Aderì alla Carboneria e partecipò ai tentativi insurrezionali del 1831, cercando di favorire una sollevazione contro il governo pontificio.
Falliti i moti, dovette nascondersi e successivamente lasciare lo Stato della Chiesa.
Nel dicembre 1833 raggiunse la Corsica e nel 1835 si trasferì a Marsiglia, importante centro di incontro degli esuli italiani.
Qui esercitò la professione medica, dedicandosi anche all'assistenza durante l'epidemia di colera, senza abbandonare l'attività politica.
Si avvicinò agli ambienti mazziniani e aderì alla Giovine Italia intorno al 1840. [1][2]
Per il governo pontificio, insomma, Sterbini non era esattamente il genere di cittadino da invitare a prendere un caffè in Vaticano.
Ma nel giugno del 1846 qualcosa cambiò.
Alla morte di Gregorio XVI, il soglio pontificio venne occupato dal cardinale Giovanni Maria Mastai Ferretti, che assunse il nome di Pio IX.
Le prime speranze suscitate dal nuovo pontificato incoraggiarono molti esuli a immaginare un possibile ritorno.
Tra questi c'era anche Pietro Sterbini.
Ed è proprio in questo momento storico che si inserisce la lettera della mia collezione.
11 luglio 1846: una lettera alla madre Camilla
La lettera è indirizzata alla signora Camilla Sterbini, nata Bianchi, madre del patriota.
Decifrando il manoscritto, ho avuto modo di apprezzare il rapporto di grande rispetto e affetto fra il figlio e la madre.
Sterbini racconta di aver ricevuto la precedente comunicazione materna e introduce subito una questione fondamentale: la possibilità di ottenere informazioni e appoggi per il rientro a Roma.
Al centro di questa piccola operazione diplomatica compare un personaggio che ha suscitato particolarmente la mia curiosità: il signor Luigi Giustini, così sembra leggersi nel manoscritto.
Secondo quanto emerge dalla lettera, Giustini si trova a Roma ed è in relazione con la famiglia Stefanoni.
Sterbini ritiene che possa aiutarlo a ottenere informazioni utili e invita la madre a mettersi in contatto con lui. [8]
Camilla si ritrova così coinvolta in una sorta di missione diplomatica familiare, con il compito di recarsi presso gli Stefanoni e raccogliere notizie per conto del figlio.
Oggi probabilmente basterebbero qualche telefonata e una serie di messaggi. Nel 1846 occorrevano carta, inchiostro, una nave, parecchi giorni di viaggio e una buona dose di pazienza.
Luigi Giustini: l'amico misterioso
A questo punto della mia ricerca mi sono posto una domanda: chi era Luigi Giustini?
La lettera lo presenta come una persona conosciuta e stimata da Sterbini, tanto da considerarlo un possibile intermediario nelle delicate trattative per il proprio ritorno. [8]
Ho cercato riferimenti biografici e documentali a un Luigi Giustini attivo nella Roma della prima metà dell'Ottocento, ma non sono riuscito a identificarlo con certezza.
Non posso quindi stabilire se fosse un professionista, un funzionario, un esponente degli ambienti liberali o semplicemente un amico dotato di buone conoscenze nella società romana.
Un elemento, però, è documentato: la lettera testimonia direttamente il rapporto personale che lo collegava a Sterbini. [8]
È una circostanza che trovo particolarmente interessante.
Talvolta un documento privato conserva il ricordo di persone che non hanno lasciato tracce nelle grandi opere storiche, ma che ebbero comunque un ruolo nelle vicende dei loro contemporanei.
Giustini rimane dunque, almeno per il momento, uno dei piccoli misteri della mia lettera.
Un uomo sufficientemente importante da essere cercato da un patriota in esilio, ma non abbastanza celebre da facilitare il lavoro a un collezionista del XXI secolo.
Gli Stefanoni: una possibile pista nell'aristocrazia romana
Ancora più interessante si è rivelato il riferimento alla famiglia Stefanoni.
Cercando informazioni sulla Roma della prima metà dell'Ottocento, sono riuscito a individuare una famiglia aristocratica con questo cognome, proprietaria di una delle residenze più importanti della città: Villa Celimontana.
Secondo la documentazione della Sovrintendenza Capitolina, nel 1842 la marchesa Maria del Soccorso Tudo y Castelan e i suoi figli Stefanoni acquistarono la villa da Felice Trocchi, che l'aveva precedentemente rilevata dal principe spagnolo Manuel Godoy.
La proprietà rimase alla famiglia fino al 1851. [4]
Dunque, proprio nel luglio del 1846, quando Sterbini scrive da Marsiglia, gli Stefanoni risultavano presenti nella società aristocratica romana.
Altre ricostruzioni storiche identificano i figli della marchesa nei nomi di Carlo, Antonino e Curzio Stefanoni. [5]
A questo punto, naturalmente, mi sono chiesto: potrebbero essere proprio questi gli Stefanoni citati nella lettera?
L'ipotesi è suggestiva, ma preferisco mantenere una certa prudenza.
Non ho infatti trovato un documento che colleghi direttamente Luigi Giustini, Pietro Sterbini e i proprietari di Villa Celimontana.
Se il collegamento venisse confermato, avremmo però un dettaglio significativo: il patriota anticuriale, dall'esilio marsigliese, avrebbe cercato appoggi attraverso relazioni con una famiglia dell'aristocrazia romana.
Una situazione meno contraddittoria di quanto possa apparire.
Nell'Ottocento, infatti, le relazioni personali e le conoscenze influenti erano strumenti essenziali per ottenere informazioni, favori e autorizzazioni.
Sterbini, evidentemente, conosceva bene l'importanza di una buona raccomandazione.
E, a giudicare dalle istruzioni impartite alla madre, non intendeva lasciare nulla al caso.

Un permesso per tornare a casa
Uno dei passaggi che ho trovato più interessanti durante la lettura riguarda l'eventuale richiesta formale di autorizzazione al rientro.
Sterbini scrive:
«Se quest'amnistia ha luogo non vi è bisogno allora di usare petizione, ma se vi fosse bisogno essa dovrebbe essere semplicissima». [8]
Questo passaggio è particolarmente importante perché dimostra che, all'11 luglio 1846, Sterbini era già a conoscenza della possibilità di un provvedimento di clemenza.
Il medico non vuole presentarsi come un criminale che implora perdono. Ritiene piuttosto che la propria condizione di esule politico debba essere distinta da quella di chi sia stato condannato dai tribunali.
Dalla lettera mi sembra inoltre di capire che una precedente richiesta non avesse prodotto risultati soddisfacenti.
Da qui il tentativo di ottenere informazioni e sostegno attraverso amici e conoscenti.
In altre parole, prima di avviare una nuova pratica, Sterbini vuole capire quali siano le possibilità concrete di successo.
Un atteggiamento pragmatico che, a quasi due secoli di distanza, risulta sorprendentemente familiare.
Le preoccupazioni di un marito, di un padre e di un figlio... soprattutto quando finiscono i soldi!
Ma la sorpresa più divertente, almeno dal punto di vista del collezionista che si trova a leggere la corrispondenza privata di un personaggio storico, è arrivata da un passaggio apparentemente secondario.
Dopo aver parlato di amnistie, permessi di rientro, conoscenze influenti e complicate questioni politiche, Sterbini affronta un argomento che, evidentemente, non conosce confini geografici né epoche storiche: la necessità di farsi mandare qualche soldo dalla mamma.
E non si tratta di una semplice allusione.
Nella seconda facciata del manoscritto ho individuato una richiesta esplicita, il cui passaggio più significativo recita:
«[...] per carità mi mandi il resto [...] a posta corrente; nella mia posizione attuale non so dove rivolgermi, e questo denaro mi è di una necessità indispensabile». [8]
Alcune parole della grafia originale richiedono ancora una verifica paleografica, ma il significato generale mi sembra inequivocabile.
Sterbini chiede alla madre di inviargli denaro, e possibilmente senza perdere tempo.
Nel documento compare anche un riferimento a una somma espressa in franchi, la valuta utilizzata in Francia, e alla difficoltà di saldare la pigione della propria abitazione marsigliese.
Il medico racconta infatti di non essere riuscito a completare il pagamento dell'affitto, la cui scadenza risale ormai a tre mesi prima. [8]
La richiesta è dunque concreta e piuttosto urgente.
Confesso che, leggendo queste righe, mi è venuto spontaneo sorridere.
Il futuro protagonista della Repubblica Romana, l'uomo che avrebbe combattuto il potere temporale dei papi e partecipato ai grandi avvenimenti del Risorgimento, nel luglio 1846 si trova a dover affrontare un nemico assai meno glorioso, ma decisamente più insistente: il padrone di casa.
E, come spesso accade quando le finanze scarseggiano, l'ultima speranza sembra essere proprio la mamma.
Del resto, cambiano i secoli, cambiano i governi, cambiano le monete e i sistemi postali, ma certe tradizioni familiari resistono a qualsiasi rivoluzione.
Sterbini, che aspirava a liberare l'Italia dal dominio pontificio, avrebbe probabilmente gradito anche una temporanea liberazione dai debiti d'affitto.
Naturalmente, dietro questa richiesta si nasconde una situazione tutt'altro che divertente.
L'esilio prolungato, l'incertezza politica e le difficoltà economiche avevano reso complicata la sua permanenza in Francia.
La professione medica non sembra garantirgli, almeno in quel momento, una tranquillità finanziaria sufficiente.
Non stupisce quindi che il desiderio di tornare a Roma sia accompagnato anche dalla necessità di sistemare gli interessi economici e familiari.
Lo stesso Sterbini, descrivendo la propria condizione, scrive:
«Non vedo il momento d'uscire da questa galera». [8]
La parola galera non sembra riferirsi a una prigionia materiale, ma alla condizione di esilio e alle limitazioni che essa comporta.
Marsiglia, città commerciale e cosmopolita, è ormai diventata per lui una sorta di prigione senza sbarre.
Il desiderio di rivedere la madre Camilla, la moglie Carolina e i figli si accompagna dunque a motivazioni assai concrete.
Ed è proprio questo che, personalmente, rende il documento così interessante.
Dietro la figura del rivoluzionario ho trovato un uomo con preoccupazioni quotidiane, responsabilità familiari e problemi economici.
Un patriota che sognava un'Italia diversa, ma che per il momento avrebbe probabilmente apprezzato soprattutto una cosa: ricevere dalla mamma qualche franco, possibilmente prima del prossimo sollecito dell'affitto!

Cinque giorni dopo, la storia cambia tutto
È stato confrontando la data della lettera con la cronologia degli avvenimenti politici che ho individuato quello che considero il particolare più affascinante dell'intero documento.
L'11 luglio 1846 Sterbini scrive alla madre manifestando le proprie preoccupazioni e discutendo le possibili modalità di rientro.
Cinque giorni dopo, il 16 luglio, Pio IX concede un'amnistia politica che apre la strada al ritorno di numerosi esuli. [1][2]
Sterbini può finalmente preparare il rientro nello Stato Pontificio.
Nell'agosto dello stesso anno raggiunge Livorno, dove compone un'ode in onore del nuovo pontefice. [1]
Il patriota che per anni aveva combattuto il governo pontificio si ritrova così a inneggiare al Papa.
La politica, evidentemente, era già allora capace di produrre sorprendenti cambiamenti di prospettiva.
Una volta a Roma, Sterbini parteciperà alla stagione di entusiasmo per le prime riforme di Pio IX.
La situazione muterà nuovamente negli anni successivi.
Nel 1848 sarà eletto deputato e assumerà incarichi di governo. Nel 1849 parteciperà alla Repubblica Romana e voterà per la decadenza del potere temporale dei papi.
Dopo la caduta della Repubblica dovrà nuovamente lasciare Roma, trascorrendo altri anni in esilio.
Negli ultimi anni della sua vita si stabilirà a Napoli, dove parteciperà alla fondazione del giornale Roma.
Morirà nel 1863. [1][2]
La storia gli aveva dunque concesso un ritorno, ma non ancora una vita tranquilla.
La Storia Postale: da Marsiglia a Roma, attraverso il Mediterraneo
Terminata l'analisi del contenuto, mi sono dedicato all'aspetto che più mi interessa come collezionista: il viaggio materiale della lettera.
Il documento fu scritto a Marsiglia l'11 luglio 1846 ed era destinato alla signora Camilla Sterbini, a Roma, presso il Vicolo Nuovo, numero 6.
Il frontespizio presenta diversi elementi postali degni di attenzione: bolli circolari, impronte in rosso, annotazioni manoscritte e segni di tassazione. [8]
Siamo in pieno periodo prefilatelico pontificio. I primi francobolli dello Stato della Chiesa sarebbero infatti comparsi soltanto nel 1852.
Per ricostruire il percorso della missiva ho quindi esaminato le impronte postali e le annotazioni presenti sul foglio, confrontandole con le informazioni disponibili sulla corrispondenza dell'epoca.

Il bollo rosso «VIA DI MARE»
Il primo elemento che ha attirato la mia attenzione è il bollo lineare rosso «VIA DI MARE», impresso obliquamente sul frontespizio.
La sua presenza testimonia il trattamento del documento come corrispondenza proveniente dalla via marittima. [8]
Marsiglia era uno dei principali porti del Mediterraneo e disponeva di collegamenti con diversi scali italiani.
Per una lettera destinata a Roma, uno dei possibili porti d'ingresso era Civitavecchia, principale scalo marittimo dello Stato Pontificio.
Ho quindi preso in considerazione l'ipotesi di un viaggio da Marsiglia a Civitavecchia, seguito dall'inoltro terrestre verso la capitale.
Non posso tuttavia escludere altri scali o percorsi intermedi.
Il bollo «VIA DI MARE» conferma l'indicazione marittima, ma non identifica da solo il porto di sbarco né l'imbarcazione utilizzata. [6]
La ricerca, quindi, rimane aperta.
Il bollo circolare nero
Sul frontespizio ho individuato anche un bollo circolare nero, parzialmente sovrapposto all'indirizzo.
Al suo interno sembrano distinguersi il mese di luglio, indicato con l'abbreviazione francese «JUIL», e l'anno «46».
Il bollo appare compatibile con un datario postale francese dell'epoca.
Non sono però riuscito a leggere con sufficiente sicurezza la località riportata nell'impronta.
Se fosse possibile identificarla come Marsiglia, avremmo un'ulteriore testimonianza dell'impostazione della lettera nella città dalla quale Sterbini scrive. [8]
Il bollo circolare rosso: il possibile arrivo a Roma
Un altro elemento interessante è il bollo circolare rosso visibile nella parte inferiore del frontespizio.
L'impronta sembra riportare la località «ROMA», accompagnata da indicazioni di data.
Potrebbe quindi trattarsi del bollo apposto all'arrivo della lettera nella capitale pontificia.
Purtroppo, non sono ancora riuscito a decifrare con certezza la data. [8]
Sarebbe un'informazione particolarmente preziosa.
Se riuscissi a identificarla, potrei infatti stabilire se Camilla Sterbini ricevette la lettera prima o dopo l'amnistia del 16 luglio.
Una differenza di pochi giorni che, in questo caso, assume un significato storico davvero particolare.
Il mistero del «15»: la tassa postale
Sul frontespizio compare anche una cifra manoscritta piuttosto evidente: 15.
Naturalmente, mi sono chiesto se potesse trattarsi dell'importo richiesto alla destinataria per ricevere la lettera.
Per tentare di rispondere ho approfondito le tariffe postali dello Stato Pontificio nella metà dell'Ottocento.
Dal 15 novembre 1844 era in vigore la riforma postale nota come tariffa Tosti.
In uno studio storico-postale pubblicato da Il Postalista ho trovato un riferimento interessante: una lettera semplice proveniente dalla Francia e diretta a Roma, secondo il percorso considerato nello studio, poteva essere soggetta a una tassa complessiva di 23 bajocchi.
Lo stesso studio segnala che, quando la corrispondenza risultava già pagata fino a Sarzana, la tassa da riscuotere nello Stato Pontificio veniva ridotta di 8 bajocchi. [7]
Il calcolo è semplice:
23 bajocchi − 8 bajocchi = 15 bajocchi.
La cifra presente sul mio documento corrisponde dunque a un importo documentato nel sistema tariffario dell'epoca.
Confesso che la coincidenza mi ha incuriosito parecchio.
Occorre però fare una precisazione.
Quella riduzione riguardava uno specifico itinerario postale attraverso gli Stati sardi, mentre la mia lettera reca il bollo «VIA DI MARE».
Non posso quindi attribuirle automaticamente la medesima tariffa.
La cifra 15 potrebbe rappresentare una tassa riscossa all'arrivo, un importo residuo dopo un pagamento anticipato oppure un'annotazione di diversa natura.
Per sciogliere definitivamente il dubbio sarebbe necessario identificare con precisione il bollo marittimo e conoscere le condizioni tariffarie applicate al percorso effettivo.
Resta comunque un elemento significativo: il numero 15 non è incompatibile con le tariffe pontificie del 1846, anche se la sua interpretazione rimane ancora da dimostrare. [7][8]
Ed è proprio questo il bello della Storia Postale.
A volte, per interpretare due cifre scritte quasi due secoli fa, bisogna ricostruire convenzioni internazionali, sistemi monetari, percorsi di navigazione e regolamenti amministrativi.
Altro che un semplice francobollo!
Una lettera che racconta più di un libro di storia
Arrivato al termine di questa ricerca, credo che il valore più interessante del documento non sia soltanto la firma di un protagonista del Risorgimento.
È soprattutto il momento nel quale venne scritto.
Sterbini è ancora un esule, ma il suo esilio sta per terminare. Desidera tornare a Roma, ma non sa ancora quando potrà farlo. Cerca appoggi attraverso Luigi Giustini e la famiglia Stefanoni, coinvolge la madre Camilla nelle proprie iniziative e le chiede persino un aiuto economico per affrontare le spese quotidiane. [8]
Nel frattempo, il nuovo pontefice sta per emanare un provvedimento destinato a cambiare il suo futuro.
Questa lettera mi ha permesso di osservare un istante particolarissimo: quello in cui un protagonista della storia nazionale non conosce ancora il capitolo successivo della propria vita.
E mentre il documento attraversa il Mediterraneo, le speranze di Sterbini stanno per trasformarsi in realtà.
È proprio questo uno degli aspetti che più amo del collezionismo storico-postale.
Dietro una grafia elegante, un bollo sbiadito o una piega della carta può nascondersi un episodio capace di collegare la storia di una famiglia a quella di un intero Paese.
Quando acquisto un documento, mi piace pensare che il suo valore non sia soltanto nell'età, nella rarità o nello stato di conservazione, ma soprattutto nella storia che riesco a ricostruire attraverso le ricerche.
E questa lettera mi ha regalato una storia decisamente particolare.
Fra un piroscafo, una pratica amministrativa, qualche conoscenza influente, un affitto arretrato e una madre chiamata in soccorso, ho scoperto che persino un rivoluzionario come Pietro Sterbini poteva trovarsi alle prese con problemi decisamente comuni.
Fortunatamente per lui, di lì a cinque giorni sarebbe intervenuto direttamente il Papa.
Per il ritorno in patria, dunque, ci avrebbe pensato Pio IX. Per l'affitto arretrato, invece, probabilmente avrebbe dovuto pensarci mamma Camilla!
Fonti storiche e bibliografia
[1] Ignazio Veca, «Sterbini, Pietro», Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 94, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2019.
https://www.treccani.it/enciclopedia/pietro-sterbini_(Dizionario-Biografico)/
[2] Treccani, «Sterbini, Pietro», Enciclopedia online. Sintesi biografica, attività politica ed esilio.
https://www.treccani.it/enciclopedia/pietro-sterbini/
[3] Tito Gori, Il mio paese: cenni storici di Sgurgola. Riferimento storico locale sulle origini familiari e sul matrimonio dei genitori di Sterbini, da confrontare con i registri originali.
[4] Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, «Villa Celimontana». Documentazione sul passaggio della proprietà alla marchesa Maria del Soccorso Tudo y Castelan e ai figli Stefanoni nel 1842.
[5] Studi storico-archivistici sulla proprietà di Villa Celimontana nella prima metà dell'Ottocento. Riferimento da completare con gli estremi bibliografici dello studio che identifica Carlo, Antonino e Curzio Stefanoni.
[6] Il Postalista, studi sui collegamenti postali marittimi pontifici e sulle bollature della corrispondenza via mare.
https://www.ilpostalista.it/pontificio_file/pontificio_077.htm
[7] Il Postalista, studio sulla storia postale toscana e sulla tassazione della corrispondenza proveniente dalla Francia secondo la tariffa Tosti del 1844. Comprende esempi di tassazione di 23 e 15 bajocchi in funzione del percorso e dei pagamenti anticipati.
https://www.ilpostalista.it/toscana/904.htm
[8] Documento originale: lettera autografa di Pietro Sterbini, datata Marsiglia, 11 luglio 1846, indirizzata alla madre Camilla Sterbini a Roma, conservata nella mia collezione personale. Analisi del manoscritto, delle annotazioni e delle bollature postali.
Nota: il collegamento tra gli Stefanoni citati nel manoscritto e la famiglia proprietaria di Villa Celimontana rimane un'ipotesi. Anche l'identificazione di Luigi Giustini, del porto di sbarco e della tassazione manoscritta di 15 bajocchi richiede ulteriori riscontri. Alcuni passaggi citati dalla lettera presentano incertezze paleografiche.