Il colera alle porte di Roma: una notificazione pontificia del 1836 tra cordoni sanitari, lazzaretti e rimedi improbabili
La differenza tra ricchi e poveri
Giuseppe Gioachino Belli — 16 agosto 1835
Eh! a che sserveno mai tanti conforti?
E’ ita pe noantri disgraziati.
Sapete chi hanno fatti deputati
Si er collèra vierà? Prìmoli e Ttorti!
Questi tra loro se sò già accordati
Che la povera gente se straporti
Ar lazzaretto, indov’escheno morti
Tutti quelli che c’entreno ammalati.
E li ricchi staranno in ne l’interno
De casa lòro, curati e assistiti
Da un medico e un piantone der governo.
Oh annate a crede ch’er Vangelo poi
Abbi torto dicenno all’arricchiti
“Vè vòbbisis”, ciovè “beati voi”!
1. Quando il colera bussò alle porte dello Stato Pontificio
Roma, dicembre 1836. Sul soglio pontificio siede Gregorio XVI, la penisola italiana è ancora un mosaico di Stati e il colera asiatico, dopo aver attraversato buona parte dell'Europa, si sta facendo decisamente troppo vicino.
Non si tratta di una semplice influenza stagionale. Il cholera morbus, come viene chiamato all'epoca, è una malattia temutissima, capace di provocare una disidratazione devastante e di uccidere in pochissimo tempo. La medicina non ne conosce ancora le cause e, soprattutto, non dispone di cure realmente efficaci.
In un'epoca senza antibiotici, senza una moderna rete fognaria e, naturalmente, senza bollettini epidemiologici quotidiani, la soluzione delle autorità è tanto semplice quanto drastica: impedire al morbo di entrare, costi quel che costi.
È in questo clima che nasce il documento conservato nella mia collezione: una Notificazione datata 22 dicembre 1836, numero 54714, emanata dal cardinale Anton Domenico Gamberini e stampata a Roma presso la Stamperia della Reverenda Camera Apostolica.
Un foglio di carta che, quasi due secoli dopo, racconta una storia fatta di paura, controlli alle frontiere, rigide disposizioni sanitarie e pene severe per chi avesse avuto la pessima idea di non rispettarle.
Dal punto di vista collezionistico, si tratta di un interessante esempio di documentazione storico-sanitaria pontificia, strettamente collegato anche alla storia della sanità postale: quel complesso di quarantene, controlli, certificazioni e procedure che riguardavano persone, merci e corrispondenza in transito.
La notificazione non è una lettera viaggiata né reca bolli postali, ma appartiene al contesto normativo che regolava anche la circolazione tra territori considerati sani e territori sospetti.
Insomma, nel 1836 il concetto di frontiera sanitaria era già ben sviluppato. Quanto alla burocrazia necessaria per attraversarla, quella non ha mai avuto bisogno di essere inventata.

2. Il cardinale Anton Domenico Gamberini: un giurista al servizio del Papa
Imola, 1760 – Roma, 1841
A firmare la notificazione è Anton Domenico Gamberini, nato a Imola il 31 ottobre 1760 e formatosi negli studi giuridici.
Più che un ecclesiastico dedito esclusivamente alla vita spirituale, Gamberini fu un esperto di diritto e di amministrazione pubblica. Dopo una lunga carriera negli apparati dello Stato Pontificio, venne nominato cardinale nel 1828 e, nel 1833, assunse l'incarico di Segretario per gli Affari di Stato Interni.
Era, in sostanza, una figura paragonabile, con tutte le differenze del caso, a un ministro dell'Interno, con competenze amministrative e importanti responsabilità anche in materia sanitaria.
La sua attenzione alla sanità pubblica, peraltro, precedeva l'emergenza colerica: aveva già contribuito alla revisione della normativa sanitaria marittima pontificia del 1818 e presiedeva la Congregazione speciale sanitaria istituita nel 1834.
Gamberini rappresentava quindi l'uomo giusto per gestire un'emergenza che richiedeva regolamenti, commissioni, controlli e soprattutto una notevole quantità di carta bollata.
Non poteva conoscere il batterio responsabile del colera, ma conosceva certamente il valore di un decreto ben scritto e di un'autorità incaricata di farlo rispettare.
3. La notificazione del 22 dicembre 1836: tolleranza zero contro le violazioni sanitarie
La notificazione prende le mosse da una situazione preoccupante: le città e le Legazioni pontificie affacciate sull'Adriatico erano riuscite fino a quel momento a sottrarsi al contagio, ma il colera minacciava ormai i confini meridionali dello Stato.
Il documento richiama una precedente notificazione del 12 ottobre 1836, numero 51943, e conferma la necessità di applicare rigorosamente le disposizioni sanitarie già previste.
La parte più interessante, però, non riguarda i medicinali, le condizioni degli ospedali o l'assistenza ai malati. Riguarda la punizione di chi viola i cordoni sanitari.
Con l'articolo I vengono designate due commissioni militari incaricate di giudicare, con procedimento sommario e senza possibilità di appello, le infrazioni ai cordoni sanitari terrestri e marittimi.
Una commissione avrebbe avuto sede ad Ascoli, con competenza sui territori delle Delegazioni di Fermo, Camerino e Macerata e sul litorale adriatico; l'altra a Roma, con competenza sulla capitale, sulla Comarca, sulla Legazione di Velletri, sulle Delegazioni di Spoleto, Rieti, Frosinone e Civitavecchia e sul litorale mediterraneo.
L'articolo II estendeva le responsabilità anche a collaboratori, mandanti, istigatori e complici, prevedendo inoltre obblighi di indennizzo e rimborso delle spese.
Non era dunque sufficiente evitare di attraversare clandestinamente un cordone sanitario: anche aiutare qualcun altro a farlo poteva avere conseguenze molto serie.
Il testo, peraltro, non introduce da solo tutte le pene applicabili, ma richiama le precedenti disposizioni del 12 ottobre. Sarebbe quindi scorretto attribuirgli automaticamente specifiche condanne capitali senza esaminare anche quella normativa.
Il senso politico e amministrativo del provvedimento, comunque, è inequivocabile: la difesa sanitaria dello Stato diventa anche una questione di ordine pubblico e di giustizia militare.
Per il collezionista di storia postale, questo documento è particolarmente significativo. I cordoni sanitari e le quarantene influivano infatti anche sui percorsi delle comunicazioni, sui collegamenti commerciali e sulla gestione delle corrispondenze provenienti da località sospette.
Una lettera poteva essere trattenuta, sottoposta a procedure di disinfezione o accompagnata da attestazioni sanitarie, secondo le regole applicabili al luogo e al periodo.
Era una forma di sanità preventiva basata soprattutto sull'isolamento e sulla sorveglianza. Il problema è che il colera, come si sarebbe scoperto molto più tardi, non aveva alcuna intenzione di rispettare i regolamenti pontifici.

4. Il colera a Roma nel 1836–1837: quando la città eterna scoprì di non essere immune
Nel 1836 Roma vive soprattutto nell'attesa del contagio. La malattia è già presente in varie zone della penisola, compreso il vicino Regno delle Due Sicilie, e il governo pontificio moltiplica le precauzioni per impedirne la diffusione.
Le strade vengono sorvegliate, i movimenti delle persone controllati e i collegamenti con le zone sospette sottoposti a restrizioni. La paura è tale che anche una semplice violazione sanitaria può trasformarsi in un caso giudiziario.
Non tutti, naturalmente, prendono sul serio i provvedimenti.
Nel novembre 1836 due uomini, l'avvocato Ferretti e l'abate Alborghini, provenienti dalla Toscana, cercano di sottrarsi alla quarantena nascondendosi in una vigna a Grottaferrata. Vengono scoperti, arrestati e processati. La sentenza iniziale prevede addirittura la morte, poi commutata in pene detentive gravissime.
Una dimostrazione piuttosto eloquente di quanto fosse sconsigliabile cercare scorciatoie per evitare il lazzaretto.
Ma i cordoni sanitari, per quanto severi, non riescono a fermare la malattia.
Alla fine di luglio 1837 il colera raggiunge Roma, e durante agosto l'epidemia assume proporzioni drammatiche. I quartieri di Borgo e Trastevere figurano tra quelli pesantemente colpiti, mentre la città assiste a una rapida successione di malati e decessi.
A raccontare quei giorni è anche il principe Agostino Chigi Albani della Rovere, il cui diario rappresenta una preziosa testimonianza contemporanea.
Il 20 agosto annota notizie di 205 casi e 160 morti nella giornata precedente. Numeri riportati come informazioni circolanti in città, non come statistiche definitive, ma sufficienti a rendere l'idea dell'emergenza.
Le autorità oscillano tra prudenza, incertezza e difficoltà nel riconoscere ufficialmente l'estensione dell'epidemia. Intanto si diffondono voci di avvelenamenti, sospetti nei confronti di intere comunità e racconti di ogni genere.
La paura, quando incontra una conoscenza scientifica ancora insufficiente, riesce a produrre una quantità davvero impressionante di fantasie.
Perfino il Carnevale romano del 1837 era stato ridimensionato: un provvedimento del gennaio precedente aveva proibito maschere e travestimenti proprio a causa della minaccia colerica.
Il calendario delle feste, evidentemente, non godeva di particolari immunità.
Alla risposta delle autorità civili si affianca quella religiosa. Nell'agosto 1837 vengono organizzate solenni processioni e preghiere pubbliche, tra cui il trasferimento di un'immagine mariana da Santa Maria Maggiore alla chiesa del Gesù, alla presenza del Papa e di numerosi cardinali.
La partecipazione popolare è imponente, nonostante gli assembramenti fossero poco compatibili con il principio di evitare la diffusione delle malattie.
Ma siamo nell'Ottocento: la microbiologia deve ancora compiere passi decisivi e la fiducia nella protezione celeste rimane fortissima.
La città affronta così il colera con gli strumenti di cui dispone: medici, soldati, ospedali, processioni e regolamenti. Non sempre nella stessa direzione.
5. Il bilancio dell'epidemia: quando anche i numeri facevano paura
Quanto costò in vite umane l'epidemia di colera allo Stato Pontificio? Secondo le ricostruzioni statistiche, nel biennio 1836–1837 si registrarono 11.915 casi e 6.731 morti, dei quali ben 5.944 nel solo 1837.
Nella capitale, la statistica ufficiale pubblicata nel 1838 contava 5.419 vittime. Ma il bilancio potrebbe essere stato assai più tragico: alla fine dell'Ottocento il medico Angelo Celli, studiando l'andamento della popolazione romana, stimò circa 10.000 morti.
Una differenza impressionante, che dimostra quanto fosse difficile contare le vittime durante un'emergenza sanitaria di tali proporzioni.
E pensare che, mentre il colera attraversava allegramente confini e cordoni sanitari, le autorità pontificie avevano già predisposto un imponente apparato di controlli, quarantene e tribunali militari.
I regolamenti erano rigorosissimi. Il vibrione, evidentemente, non li aveva letti.
6. I lazzaretti romani: isolamento, paura e ospedali improvvisati
I lazzaretti rappresentano uno degli elementi fondamentali della difesa sanitaria ottocentesca.
Si tratta di strutture destinate alla quarantena delle persone provenienti da territori sospetti oppure all'isolamento e all'assistenza di individui colpiti da malattie ritenute contagiose.
A Roma, tra il 1836 e il 1837, si utilizzano sia strutture sanitarie esistenti sia locali adattati alle esigenze dell'emergenza.
Un caso particolarmente interessante, anche per la storia della sanità postale, è il lazzaretto della Vigna di Papa Giulio, nei pressi di Ponte Milvio, lungo una delle principali direttrici di accesso settentrionale alla città.
La struttura viene utilizzata nel 1836 per la quarantena di persone provenienti dalla Toscana. Il controllo degli accessi è severo e si accompagna alla sorveglianza dei percorsi stradali, tra cui quello di Ponte Molle, come veniva comunemente chiamato Ponte Milvio.
Quando nell'estate successiva il contagio arriva all'interno di Roma, diventa necessario organizzare anche luoghi di cura e isolamento per gli ammalati.
Il diario di Agostino Chigi consente di identificare alcune strutture effettivamente coinvolte nell'emergenza del 1837.
- Ospedale di Santo Spirito in Sassia: viene allestita una corsia separata per i malati sospetti. Il 7 agosto il diario registra circa quaranta infermi nel reparto di osservazione.
- Ospedale di San Giacomo: è interessato da casi sospetti già alla fine di luglio, con limitazioni delle comunicazioni verso l'esterno.
- Ospedale di San Giovanni: figura tra gli ospedali nei quali vengono segnalati ammalati.
- Ospizio di Santa Galla: dall'8 agosto comincia a ricevere malati di colera, nell'ambito dell'organizzazione di ulteriori locali di ricovero.
- Palazzo Cenci: nell'agosto 1837 viene segnalata l'istituzione di un ospedale per i malati ebrei, la cui vicinanza al quartiere della Regola suscita tensioni e proteste.
Questi luoghi sono documentati dalle testimonianze dell'epoca, anche se non tutti erano formalmente classificati come lazzaretti.
La vita in tali strutture doveva essere tutt'altro che rassicurante. Il personale sanitario operava con conoscenze limitate, i malati venivano separati dalla popolazione e l'assistenza era spesso condizionata dall'evoluzione rapidissima della malattia.
È importante ricordare che il lazzaretto ottocentesco non coincideva necessariamente con un moderno reparto ospedaliero: poteva essere un luogo di osservazione, quarantena, segregazione sanitaria oppure cura.
Un capitolo particolare merita il rapporto tra queste strutture e la circolazione della corrispondenza.
Nel sistema sanitario dell'epoca, la posta poteva diventare essa stessa oggetto di sospetto. Le lettere provenienti da località considerate infette potevano essere sottoposte a trattamenti di disinfezione, come fumigazioni o altre operazioni prescritte dalle autorità.
Per il collezionista, le testimonianze più interessanti di queste pratiche sono le lettere con tagli di disinfezione, perforazioni, bolli sanitari o annotazioni relative ai controlli.
Naturalmente, la notificazione del dicembre 1836 non descrive direttamente tali procedure postali: ne rappresenta piuttosto il contesto legislativo e amministrativo.
E proprio questo la rende interessante. Accanto a una lettera disinfettata racconta non soltanto come si cercava di contenere il contagio, ma anche quale apparato di controllo e repressione fosse stato costruito per farlo.
7. Curare il colera nel 1837: tra medicina, sperimentazione e qualche rimedio peggiore del male
Se l'organizzazione sanitaria aveva almeno un sistema di controllo, per quanto imperfetto, la medicina si trovava davanti a un problema assai più complesso.
Il colera è provocato dal batterio Vibrio cholerae, che si trasmette principalmente attraverso acqua e alimenti contaminati. Nei casi più gravi provoca una rapidissima perdita di liquidi ed elettroliti.
Ma tutto questo, nel 1837, non era ancora noto.
La teoria dei miasmi, secondo cui le malattie si diffondevano attraverso esalazioni nocive e aria corrotta, aveva ancora grande influenza. Il batterio del colera sarebbe stato individuato da Filippo Pacini nel 1854 e successivamente studiato da Robert Koch nel 1883–1884.
Nel frattempo i medici cercavano di intervenire sui sintomi, affidandosi a trattamenti spesso molto diversi tra loro.
Tra i rimedi dell'epoca figuravano i salassi, destinati a sottrarre sangue al paziente; l'oppio e il laudano, utilizzati anche per contrastare le scariche intestinali; sostanze purganti e preparazioni mercuriali come il calomelano, oltre a bagni caldi, frizioni e bevande stimolanti.
L'efficacia di questi trattamenti era generalmente scarsa e alcuni potevano aggravare le condizioni del malato. In particolare, sottrarre sangue o provocare ulteriori perdite intestinali a una persona già gravemente disidratata non rappresentava certamente una strategia vincente.
Immaginiamo per un momento un paziente colpito da vomito e diarrea violentissimi, ormai privo di forze.
Il medico ottocentesco, armato delle migliori intenzioni, poteva decidere di praticargli un salasso oppure somministrargli un purgante.
Il paziente perdeva liquidi in modo incontrollabile e la terapia rischiava di aiutarlo a perderne altri.
Una collaborazione tra malattia e rimedio che oggi definiremmo quantomeno controproducente.
Non mancavano, naturalmente, consigli alimentari, restrizioni dietetiche, preparazioni erboristiche e rimedi popolari, accompagnati da una discreta dose di superstizione.
La svolta sarebbe arrivata con la comprensione del meccanismo di trasmissione della malattia, il miglioramento delle condizioni igieniche e, sul piano terapeutico, il progressivo sviluppo delle tecniche di reidratazione.
Oggi il trattamento fondamentale del colera è infatti il ripristino rapido dei liquidi e dei sali perduti, per via orale o endovenosa nei casi più gravi.
La soluzione, almeno nei suoi principi fondamentali, sarebbe risultata molto più semplice di buona parte delle cure immaginate nell'Ottocento.
Una testimonianza di carta che racconta molto più di un'epidemia
La notificazione del 22 dicembre 1836 conservata nella mia collezione rappresenta un piccolo frammento di una vicenda ben più vasta.
È la testimonianza materiale di uno Stato che cerca di fermare una malattia sconosciuta attraverso i mezzi che conosce meglio: leggi, divieti, controlli militari e quarantene.
Ma è anche una finestra sulla vita quotidiana dell'Italia preunitaria, quando una lettera, un viaggiatore o una merce proveniente da una località sospetta potevano diventare un problema di ordine sanitario.
La carta ha attraversato quasi due secoli, conservando il suo testo, lo stemma pontificio e la firma a stampa del cardinale Gamberini.
Il colera, fortunatamente, oggi lo conosciamo molto meglio.
Quanto alla propensione delle amministrazioni a produrre notificazioni, circolari e regolamenti, quella sembra aver superato indenne ogni epidemia.
Fonti e riferimenti storici
Le informazioni sono state ricostruite a partire dal documento originale della collezione e confrontate con fonti storiche e istituzionali.
- Notificazione n. 54714, 22 dicembre 1836 — Segreteria per gli Affari di Stato Interni, Stamperia della Reverenda Camera Apostolica, Roma. Esemplare della collezione personale.
- Dizionario Biografico degli Italiani – Anton Domenico Gamberini — Giuseppe Monsagrati, Treccani, 1999.
- La città e il contagio: Roma e l'epidemia di colera del 1837 — Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.
- Diario del principe Agostino Chigi Albani – Anno 1837 — Testimonianza contemporanea degli eventi romani.
- L'epidemia di colera del 1837 — Il Postalista, approfondimento di storia postale e sanitaria.
- Cholera – World Health Organization — Informazioni scientifiche sulla malattia e sulle terapie moderne.