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Due asticelle, una pallina e tutto quello che è venuto dopo

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Il mio rapporto con la tecnologia è iniziato molto prima che qualcuno parlasse di Internet, smartphone, cloud o intelligenza artificiale.

Alla fine degli anni Settanta mi regalarono la mia prima console. Chiamarla console, con gli occhi di oggi, richiede una certa generosità: era più o meno la versione neanderthaliana di una PlayStation.

E qui devo fare un piccolo passo indietro e ringraziare i miei genitori, che hanno sempre assecondato — e spesso alimentato — la mia curiosità. Prima ancora dei computer c’erano stati il Meccano, le scatole gioco con gli esperimenti di elettricità e tutti quegli oggetti che, più che essere semplicemente usati, invitavano a capire come funzionassero. Probabilmente la voglia di smontare, costruire, provare e fare domande è nata proprio lì.

Quella console si collegava al televisore di casa — rigorosamente a tubo catodico e, dettaglio che oggi sembra archeologia industriale, senza telecomando — e permetteva di giocare a quello che allora sembrava il massimo dell’innovazione: due asticelle verticali che si rimandavano una pallina da una parte all’altra dello schermo.

Pong, o qualcosa di molto simile.

Grafica essenziale. Sonoro altrettanto essenziale. Divertimento, invece, parecchio!

Ma il vero incontro con l’informatica arrivò qualche anno dopo, nei primi anni Ottanta, con lui: il Commodore 64.

All’inizio, naturalmente, lo usavo per giocare. Poi accadde qualcosa che probabilmente avrebbe influenzato buona parte della mia vita professionale: mi stancai abbastanza presto dei giochi e cominciai a chiedermi cosa altro potesse fare quella macchina.

La risposta era: programmarla.

Cominciai così a scrivere i primi programmi in BASIC. Niente di particolarmente rivoluzionario, naturalmente, ma per me erano piccoli sistemi informativi completi. Mi divertivo a simulare programmi per la prenotazione dei biglietti aerei, il check-in dei passeggeri e la gestione dei bagagli.

La scelta del settore non era propriamente casuale: mia madre lavorava in Alitalia, proprio nel reparto IT. Evidentemente qualcosa, oltre ai racconti di aeroporti e computer, era passato anche a me.

A dodici anni ebbi poi una fortuna che solo molto tempo dopo avrei apprezzato pienamente.

Frequentavo le scuole medie presso l’Istituto Salesiano di Genzano di Roma e il corpo docente dell’epoca ebbe la notevole lungimiranza di organizzare un corso di programmazione BASIC sui Commodore 64.

Oggi insegnare programmazione ai ragazzi è quasi normale. All’inizio degli anni Ottanta lo era decisamente meno.

Per me significò scoprire che quella curiosità coltivata a casa non era soltanto un gioco.

Finite le medie arrivò il momento di scegliere la scuola superiore. Alcuni professori mi vedevano bene al Liceo Classico: in italiano e letteratura, modestamente, me la cavavo piuttosto bene.

Io scelsi invece l’Istituto Tecnico Industriale di Velletri.

Dopo il biennio optai per Elettronica Programmata. L’indirizzo Informatica sarebbe nato quando ormai frequentavo l’ultimo anno: evidentemente ero arrivato un po’ troppo presto.

Fu lì che iniziai a mettere davvero insieme elettronica e software. Lavorai sui primi computer basati su processori Intel 8086, programmando in Turbo Pascal, e conobbi il celebre Z80 della Zilog, che programmavamo rigorosamente in Assembler e utilizzavamo soprattutto per il controllo di servomeccanismi.

Altro che drag & drop!

Registri, indirizzi di memoria, istruzioni macchina e la piacevole sensazione che un singolo errore potesse trasformare ore di lavoro in un ottimo esercizio di pazienza.

Nel frattempo continuavo, quasi per dispetto verso gli stereotipi sugli studenti tecnici, a mantenere una buona media anche in italiano e letteratura.

In fondo non ho mai pensato che tecnologia e cultura umanistica fossero mondi contrapposti.

Dopo il diploma provai la strada dell’Ingegneria. Durò poco.

La trovai troppo costrittiva, quasi cerebralmente claustrofobica rispetto al mio modo di essere e di imparare. Preferivo capire le cose mettendoci le mani, sperimentando, costruendo, sbagliando e ricominciando.

La abbandonai quindi piuttosto rapidamente.

Qualche anno più tardi, però, all’università ci sarei tornato. Solo che, questa volta, avrei seguito una strada molto diversa e, a ben vedere, anche un po’ ironica: quella che diversi professori avevano intravisto per me fin da ragazzo: Storia e Letteratura.

Insomma, dopo aver passato anni tra processori, linguaggi di programmazione, registri di memoria e mainframe, finii per riabbracciare proprio quel mondo umanistico che avevo apparentemente lasciato indietro scegliendo l’istituto tecnico.

Forse i professori delle medie avevano visto qualcosa che io, allora, non ero ancora pronto a vedere. O forse avevano semplicemente più pazienza di me.

Nel frattempo, però, la tecnologia era ormai diventata anche un mestiere.

Arrivarono i corsi professionali su MVS, CICS, COBOL e RPG su AS/400, nomi che oggi possono sembrare reperti custoditi in qualche museo dell’informatica, ma che per decenni hanno fatto — e in molti casi fanno ancora — funzionare aziende enormi.

Il mio primo lavoro fu proprio come sviluppatore su sistemi mainframe.

Negli anni successivi ebbi modo di programmare anche in Visual Basic, ma la mia carriera prese progressivamente un’altra direzione. Mi spostai verso infrastrutture, sistemi, amministrazione e gestione IT, allontanandomi poco alla volta dallo sviluppo puro.

Con il tempo sono tornato sul versante applicativo, anche se oggi il mio lavoro non consiste più nello scrivere codice.

Il codice è rimasto soprattutto un hobby, una curiosità, qualcosa con cui continuare a giocare.

Ed è forse questo il filo che collega il Meccano, quelle prime scatole di esperimenti elettrici, la console preistorica, il Commodore 64, il BASIC, lo Z80, il COBOL e tutto quello che è venuto dopo.

Non sono mai stato affascinato soltanto dai computer.

Mi ha sempre affascinato soprattutto capire cosa potevo farci.

E, ancora di più, capire cosa succedeva dietro lo schermo.

In fondo tutto è cominciato ancora prima di quelle due asticelle e di quella pallina bianca. Forse con qualche vite, un piccolo motore, un filo elettrico e la curiosità di un bambino che voleva capire cosa sarebbe successo mettendo insieme le cose.

I computer sono arrivati dopo.

La voglia di scoprire come funzionavano, probabilmente, era già lì.